PARANORMALE E MISTERI DAL MONDO Qui potrete discutere liberamente tutto ciò di cui avreste voluto parlare e che il normale ve lo ha sempre negato
Prigionieri degli abissi
Fantasmi ed eventi inspiegabili legati al mondo del mare
Così come esistono case e luoghi “stregate” esistono anche navi “stregate”. A volte ci possono essere navi in cui si manifesta la presenza di un’entità di cui molti sono testimoni, benevole o malvagia, spiriti ed apparizioni che preannunciano disgrazie imminenti, che perseguitano un particolare membro dell’equipaggio, o che semplicemente si limitano a condurre la loro esistenza congelata nel tempo come se niente fosse…
C’era (forse c’è ancora) uno spettro a bordo della famosa fregata Constellation, al Museo Nazionale di Fort McHenry a Baltimora. Se i fantasmi sono solo frutto della nostra immaginazione, dobbiamo riconoscere che questo fu senza dubbio molto fotogenico. Infatti fu fotografato dal comandante Allen Ross Brougham. Il resoconto dell’eccezionale avvenimento, con la fotografia, apparve sul “SUN” di Baltimora del 31 dicembre 1955. L’articolo riportava la testimonianza dell’ufficiale:
“Già lo scorso settembre ci si accorse che stava accadendo qualcosa di molto strano. I fuochisti dicevano di aver visto strane figure… Io ero piuttosto scettico in proposito, ma ne parlai ad un amico che si interessa di fenomeni medianici. Non si mostrò molto sorpreso, anzi mi disse che il periodo dell’anno più favorevole per l’osservazione di queste apparizioni è la mezzanotte di un giorno tra Natale e Capodanno.
Scegliemmo giovedì notte, e sistemammo una macchina fotografica in un posto da cui si potesse riprendere il cassero.
A mezzanotte in punto, infatti, ci fu l’apparizione. Un attimo prima, mi sembrò di sentire nell’aria un odore quasi impercettibile, simile a quello del fumo che esce dai cannoni… Ci fu poi un rumore smorzato di passi affrettati…”
La fotografia mostra la figura, piuttosto vaga, ma abbastanza distinta, di un uomo, con l’antica uniforme della marina, mentre attraversa il cassero. Si pensa che il fantasma fosse quello di uno degli otto capitani che si avvicendarono alla guida della nave.
Nelle leggende più popolari ci sono fantasmi ormai famosi, tra questi c’è “Ladylips”, un fantasma che appare nel Pacifico, privo della mascella inferiore.
Più di 500 marinai delle generazioni passate, a bordo di navi inglesi e americane, hanno potuto assistere alle sue apparizioni.
“Ladylips” si manifesta solo durante violenti temporali, e in luoghi inaccessibili ad un essere vivente. E’ riconoscibile, oltre che per la mascella mancante, anche per il volto bianchissimo e per il caratteristico odore di pesce morto che sembra accompagnarlo.
Per molti anni nessuno se ne ricordò più, ma la leggenda di “Ladylips” continuò.
Nel 1928 un membro dell’equipaggio del piroscafo Waulea ritrovò il libro di bordo del Ville de Paris su una delle isole Duke di Gloucester. L’angosciante racconto che segue è tratto da quel diario…
Nel 1782, gli inglesi sconfissero la flotta francese al largo dell’isola di Domenica. Il Ville de Paris era una cannoniera della flotta francese; al termine della battaglia vi si imbarcò un equipaggio inglese per portarla in Inghilterra.
Un violento uragano scatenatosi poco dopo la partenza la fece deviare dalla rotta. Pesantemente danneggiata ed in balia dei venti la nave giunse in prossimità dello stretto di Magellano. Acqua e viveri scarseggiavano ed alla fine l’equipaggio calò una scialuppa ed abbandonò la nave che lentamente stava affondando. Dopo essersi fermati a terra qualche giorno, i marinai decisero di riprendere il mare e di dirigersi verso nord, lungo la costa, con la speranza di raggiungere un porto sicuro o di venire tratti in salvo da una nave di passaggio.
Con vele di fortuna ed una piccola scorta di viveri ed acqua iniziarono così il loro viaggio…
Ladylips era stato il capitano del Ville de Paris ed era rimasto in carica. Forti venti spinsero la barca lontano dalla costa, verso ovest; i viveri purtroppo finirono e stavano tutti per morire di fame. Disperati tentarono di pescare i pescecani appendendo ad una corda un brandello di tela come esca. Un grosso pescecane addentò la stoffa, ma nel dibattersi fece volare dalle mani del marinaio stremato la fune con un pesante gancio alla sua estremità, che andò a sbattere violentemente contro il volto del capitano, strappandogli via la mascella. L’uomo, agonizzante, consapevole che per lui non c’era più niente da fare, estrasse il coltello, si tagliò i polsi e li porse sanzionanti ai sui uomini. Cinque di essi riuscirono a sopravvivere e raggiunsero un’isola del Pacifico di cui non conoscevano il nome. Il libro di bordo recuperato terminava tristemente con queste parole: “Avvistata l’isola nel mese di giugno 1783, tutti i superstiti della scialuppa escluso il capitano Ladylips, che fu mangiato in mare, toccarono terra e issarono la bandiera inglese”.
Ma uno dei più sconcertanti e straordinari misteri del mare è quello dei due volti fantasma che seguivano la nave cisterna Waterown. Non esistono dubbi sulla eccezionale sparizione, dal momento che fu fotografata, tuttavia non possiamo darne una spiegazione logica, poiché la nostra conoscenza è ancora molto limitata…
Due marinai, James T. Courtney e Michael Meehan, morirono asfissiati dai vapori di benzina mentre la nave era in navigazione da San Pedro (California) diretta al canale di Panama. Il 4 dicembre 1924, al tramonto, furono sepolti in mare in un punto in cui le acque erano profonde ben 430 metri.
Poco prima del crepuscolo, il giorno seguente, il primo ufficiale scorse i volti dei fantasmi dei due marinai galleggiare sull’acqua, oltre la murata da dove erano stati calati in mare i corpi. Si potevano chiaramente distinguere i loro lineamenti, con le bocche leggermente aperte in una muta espressione di agonia, mentre seguivano lugubremente la nave.
La notizia si sparse velocemente e presto tutti, ufficiali e marinai, poterono vedere le due teste seguire la nave durante il viaggio di ritorno verso Panama. I volti erano visibili ogni giorno, di solito nel tardo pomeriggio o verso sera, distanti circa 3 metri l’uno dall’altro e a circa 10 dalla nave. Rimanevano visibili per pochi secondi, poi si dileguavano. Le teste, un po’ più grandi del normale, sembravano galleggiare sulla cresta delle onde.
Le apparizioni terminarono quando la nave lasciò le acque del Pacifico, e una volta rientrata, venne stilato un dettagliato rapporto presso gli uffici della compagnia commerciale. Un funzionario, James S. Patton, si dimostrò estremamente interessato e chiese se nessuno a bordo avesse pensato di scattare una fotografia ai due volti. Ma nessuno aveva con se una macchina fotografica così quando la nave partì per la spedizione successiva fu Patton stesso ad imbarcarsi, provvisto di una macchina fotografica. Quando la nave giunse nuovamente sulle acque del Pacifico, le teste riapparvero.
Cinque delle fotografie scattate durante la manifestazione dei due volti non mostrarono niente di strano, ma la sesta era veramente eccezionale. Si vedevano ciaramente le due teste al di là del parapetto; la testa di Courtney spiccava tra le stanghe, più sfocata, però, di quella del calvo Meehan che sembrava addirittura vivo. Patton fece esaminare i negativi e le foto da esperti della Burns Detective Agency che ammisero che non erano frutto di un abile montaggio.
Al terzo viaggio le teste riapparvero solo per brevi momenti, e presto scomparvero del tutto, ma per molti anni la foto dell’eccezionale fenomeno rimase esposta nell’anticamera degli uffici della Cities service Company, al n° 70 di Pine Street, New York.
La teoria che le due teste fossero dei semplici effetti ottici non reggeva per vari motivi: innanzi tutto erano state osservate per giorni ,alla stessa ora e nello stesso punto tra le onde, da molte persone in gruppo o da sole; le due teste apparivano vicine nello stesso momento e gli effetti ottici di solito… Non si presentano in coppia. Nella foto le teste erano esattamente come i testimoni le avevano descritte, e persino i lineamenti erano identici a quelli dei due marinai deceduti.
Comunque, tra le tanti navi “maledette” che solcarono i mari, la più terribile fu la Igor Vassili, una vera nave degli orrori.
La sua incredibile storia rappresenta oggi un ammonimento: forze diaboliche, incontrollabili, al di la della nostra comprensione, qualche volta riescono a spezzare le barriere che le dividono dal nostro mondo.
La nave, costruita nel 1897, per 5 anni svolse un’attività normale. Poi, all’inizio del 1903, mentre la Russia si preparava alla sfortunata guerra contro il Giappone, la nave venne inviata a Vladivostok, per portare rifornimenti alle truppe.
A metà strada si manifestò questa forza misteriosa che chiameremo “la cosa”. Non si sa che cosa fosse (e magari lo è ancora); dapprima provocò la sgradevole sensazione di avere vicino qualcuno, seguita da un senso di terrore raggelante, paralizzante, che toglieva ogni energia. A volte si potè scorgere una sagoma poco luminosa ed evanescente, vagamente somigliante a quella di un essere umano. Ma qualunque cosa fosse, senza dubbio si trovava a bordo.
Poco prima dell’arrivo a Port Arthur, in una notte chiara e tranquilla, improvvisamente si udì sul ponte il grido di un marinaio. In breve tutto l’equipaggio fu preso dal panico: pregavano, urlavano, correvano qua e là alla cieca. Ci fu un marinaio, un certo Alec Govinski, che si buttò in mare per non riemergere mai più.
Dopo questo “sacrificio di sangue” alla misteriosa entità diabolica si ruppe l’incantesimo, e tutti caddero sul ponte esausti e incapaci di proferire sillaba. Tre giorni dopo un’altra crisi di isteria colpì i membri dell’equipaggio, ma finalmente il giorno seguente la nave approdò a Vladivostok.
Una dozzina di marinai cercò di fuggire non appena misero piede a terra, ma furono respinti.
Dopo aver sbarcato il suo carico, la Vassili salpò per Hong Kong. Il viaggio fu un vero incubo. Due marinai si suicidarono, uno morì di spavento e, poco prima dell’arrivo, il capitano, Sven Andrist, si buttò in mare ed annegò. Ogni volta sembrava che la “cosa”, nella sua manifestazione silenziosa ed evanescente, avesse placato la sua sete, ma durava solo per poche ore, per poi scatenarsi con nuovi orrori.
A Hong Kong l’intero equipaggio abbandonò la nave. Rimasero solo Christ Hanson, uno svedese che era il secondo ufficiale, e cinque marinai. Hanson si autonominò capitano e, raccolto un equipaggio di cinesi e di marinai indigeni, fece vela verso Sydney.
Ma ancora una volta la “cosa” allungò i suoi tentacoli mortali e, prima che la nave raggiungesse l’Australia, il capitano Hanson si sparò.
Una volta sbarcato a Sydney l’equipaggio si diede nuovamente alla fuga; rimase solo Harry Nelson che, coraggiosamente, non volle abbandonare la nave.
Trovato un nuovo capitano che non credeva nei fantasmi e raccolto un nuovo equipaggio, quattro mesi dopo l’Ivan Vassili salpò per San Francisco. Anche questa volta l’entità seminò per tre volte panico e terrore sulla nave. Tre uomini morirono buttandosi tra i flutti. Impazzito per il terrore e ossessionato dall’infernale ed invisibile “piovra” che faceva uscire di senno gli uomini, il capitano si sparò.
Harry Nelson cercò di non farsi vincere dalla paura, tentò, con ogni mezzo, di risolvere il mistero, ma non riuscì a scoprire molto: l’isteria collettiva che si impadroniva dell’equipaggio cessava non appena faceva una vittima. Morto un uomo, sembrava che la “cosa” abbandonasse temporaneamente la nave.
Nelson riuscì comunque a riportare la Vassili a Vladivostok, praticamente da solo, e qui la nave si fermò poiché nono si trovò più nessuno che volesse imbarcarvisi, a nessun prezzo. Per tre anni restò a galleggiare nel porto, schivata da tutti come se fosse appestata. Poi fu bruciata: era l’unico mezzo per distruggere la diabolica “cosa”.
Ma che cosa era, e da quale mondo ignoto e spaventoso veniva la creatura misteriosa che seminò morte e terrore sul Vassili?
“Intorno a noi ci sono simboli del bene e del male, viviamo e ci muoviamo io credo, in un mondo sconosciuto”, scrisse Arthur Machen, “un mondo pieno di zone d’ombra, abitate da esseri che vivono nelle tenebre… Credo che la serie degli orrori non sia ancora finita”.
Bibliografia:
“Invisibile Horizons” di Vincent Gaddis